giovedì 17 agosto 2017

Miraggio a Merzougà



Nell'anno maomettano ottocentonovantasette, sul far del meriggio d'un venerdì estivo, il gran sultan berber di Merzougà sellava l'ultimo dei suoi dromedari nel cortile del caravanserraglio Sahara Experience très étoiles. Era sul punto di menar sul collo il primo quadrupede della carovana, perché quel pelandron gibbuto s'alzasse di lena anziché scacazzare senza sosta, quand'ecco alzarsi il vento e soffiare alle sue orecchie un chiasso di babel.

"Son miraggi del deserto o son cristiani quei ch'io sento?!". Così avvedendosi il sultano montò sul gran gobbone a pugnale sguainato, e quelli, tra cui me medesimo, l'autista Moam e la guida Maom, eran già ai suoi pressi.

"Bravo, bravo! Un vero attore". "Il nostro Lawrance d'Arabia". "Che guerriero". Applausi a scena aperta dei tendisti, una raffica di scacazzate dromedarie e il moro che sbotta: "Barbari!".
"Oh berbero, proprio tu...", percula una voce anglofona dalle retrovie, e giù tutti a ridere gradassi.
"Voi qui, dunque - disse alquanto afflitto -, la guerra è persa".
"Che guerra?". Chies'io accorgendomi non trattarsi di recita spilla-dirham-noproblema-tour-organisè.
"Mi prendi in giro?".
"Sia mai".
"La guerra santa!", dice il saraceno.
"No guarda, non mi sembra il caso di parlare di Jihad, ci sono 50 gradi all'ombra e...".
"Dite cosa è accaduto! e poi combatteremo".
"No, non ci capiamo...". Silvia mi tocca un fianco che mi vede un po' innervosito, Maom, la guida, mi sfianca dall'altro per la colletta dell'acqua, il moro si fa sotto: "Granada è caduta?". 
"Parlartegli voi perché io guarda...".
"L'acqua sono 40 dirham" mi fa la guida.
"Toh, se non hai da cambiare t'arrangi".
"Lasciate che sia io a conferire", s'avanza la sola turista dell'impero di Cina tutta avvoltolata da sciarpine che pare una regina, "è un compito che mi compete". Il gruppo di french-anglais-italianen non intese contraddirla e fece sì con la testa.

"Come vi chiamate?". 
"Io sono il gran sultan di Merzougà".
"Ed io la regale diplomatica della dinastia dei Ming, siamo a pari". "Seee, proprio" - sibila Silvia quel tanto che la senta io e non gli altri -, "allora io sono la regina di Modoetia...", e in effetti così cambiata d'abito d'emblée pare una regnante d'altri tempi.
Il moro, dal far suo farfallone, smontato di sella, prende la mano della rampolla di Cina, "madama", e ne mima il bacio senza perderla dagli occhi, blu i di lui, neri i di lei.

"Dove ci troviamo sultanino?".
"Che domande mandorlina, nel deserto".
"Bravo, e che giorno è?".
"Mia luna d'Oriente, è un venerdì estivo dell'anno ottocentonovantasette".
"In cristi o in maometti?". M'intrometto.
"In maometti", dice la guida, "fan 10 dirham".
"Toh, e quanti cristi sono?".
"Anno domini 1492, fan 10 dirham".
"Toh briccone, abbiamo scoperto l'America".
"Abbiam perduto l'America: l'Andalusia è di Castiglia e d'Aragona, cade l'ultima roccaforte araba di al-Andalus". Dice quieto l'autista, acciambellatosi tra le vettovaglie di un bivacco passato.
"Ah, ora Moam è un saputello, però l'aria condizionata non va!". 
"Ora va, gli animali stanno meglio". 
Mi giro in cerca del minibus, ma scorgo solo un calesse di muli e uno d'asini, quest'ultimo sommerso da zaini Quetchua e tende Bertoni.
"E tu perché non saresti a combattere?". Chiedo al saraceno, tornando a noi.
"Riformato".
" Ah sì eh...".
"Torace piccolo". Precisa il moro, e chiosa il dromedario scacazzando.
"Ma guarda un po', t'è andata bene, Granada è caduta e tu hai salva la vita".
"Ma voi che volete?", chiese il berber, "mi farete prigioniero, m'ucciderete?".
"Nessuno vi farà del male", disse miss Ming, cavandosi dalla capigliatura due fermagli affilati che amor fulmineo l'ha spinta a svelare.
"Su, fate i bravi" - dico io - "srotoliamo uno dei vostri bei tappetti berber handmade e beviamoci un tè di benvenuto alla menta sucrè". 
"Fanno dieci dirham a persona", arriva Maom con il vassoio, le teiere e i biccerin.

Il sultano, annusandoci l'affare, che un tapis lo piazza sicuro, sistema per benino i suoi ricami sotto il porticato del fondaco, al riparo dal sol calante e dai petazzi della carovana, e con un cenno del capo chiama gli invasori a prender posto: la Ming che c'è cascata, e stanotte tra le dune dai-che-ci-dai, tre franchi coi spadoni, due regnanti d'Angleterra agghindati in ferro e durindane, un austroungaro con moschettone, Moam il ciambellano, Maom il grattasoldi, io, Silvia e un mazzolin di fiori blu.

venerdì 17 febbraio 2017

Evento!


Alcune riflessioni sulla città a partire da ampie conversazioni con giovani tra i venti e i trentacinque anni che vivono a Milano. Un dossier curato da Laura Balbo e Giuliana Chiaretti in seno all'associazione Milano ODD e pubblicato da Inchiesta Edizione Dedalo. Qui il mio intervento.

«In quest'ultimo anno ho avuto la sensazione di poter interagire di più con la città e di partecipare di più a eventi e a iniziative; Milano si è forse avvicinata di più ai suoi cittadini […]. Ma io trovo difficoltà, a volte mi sembra si muovano tante cose e poi nulla...» (Walaa). «Milano è un palcoscenico molto adatto ad accogliere diversi eventi, diverse nazionalità e dà la possibilità a tutti di emergere» (Andrea). «... a Pechino era difficile avere un'offerta culturale di un certo tipo, Milano da questo punto di vista qui è ricchissima: il Festival delle Radio, il Milano Film Festival, ho vissuto un sacco di film assurdi, Book City; l'altro ieri c'erano le primarie di Linus, sarà stata una cosa divertente; ci sono cose curiose, anche laterali, anche non di cultura...» (Giada). «... Una volta ho partecipato ad un evento in una casa privata, alla lettura di vari testi, ognuno leggeva dei punti che gli erano piaciuti di più e poi si commentavano e se ne parlava insieme. Da questo punto di vista ho trovato Milano diversa dalle altre città, più possibilità rispetto a quelle in cui ho vissuto, a Rieti e a Roma...» (Ludovico). «Si va a correre in cinquanta persone in mezzo alla città; e non è più l'esperienza di critical mass che facevamo noi il giovedì sera a vent'anni. […] Ci sono cinquanta persone che corrono in centro a Milano la sera, mi sembra bellissimo...» (Marco). «Uno volendo può occupare tutte le proprie giornate solamente seguendo il calendario degli eventi...» (Jacopo).

La città è fatta di percorsi, margini, quartieri, nodi e riferimenti; ci sono sguardi dall'alto, traversate planari, rilievi satellitari e cartografie digitali; ci sono labirinti, intersezioni, sottosuoli, zone buie e punti di fuga; ci sono prospettive al di sopra, al di sotto e tra le superfici dei suoi elementi. E poi, in città, ci sono gli eventi.

La quasi totalità dei nostri intervistati per raccontare che cos'è Milano, per darle forma e assegnarle peculiarità, ha menzionato, descritto o evocato almeno un evento: da Book City a Piano City, dall'Esposizione Universale ai Festival di cinema. Un evento consiste nel «mutamento della cornice stessa attraverso la quale percepiamo il mondo e ci impegniamo in esso» (Evento, Slavoj Žižek, 2014), è «il sorprendente emergere di qualcosa di nuovo, in grado di minare ogni schema stabile». In breve l'evento è «l'effetto che sembra eccedere le proprie cause» così che “l'effetto evenemenziale determini retroattivamente le proprie cause o ragioni» (Ibidem).

Nelle parole dei nostri intervistati (relative a Milano) e tra le pagine dei più recenti saggi sulle grandi città contemporanee, il territorio post-metropolitano si configura proprio come una geografia di eventi, «una messa in pratica di connessioni che attraversano paesaggi ibridi» (La città, Massimo Cacciari, 2004). È come se la superficie urbana pulsasse in alcuni spazi, in e per tempi diversi, di continuo, modificando l'assetto della città e la percezione che di essa hanno i suoi abitanti: la città è puntiforme, assomiglia alla superficie cinetica di quelle sculture dette “pin art” o “pinscreen”. Certo non tutti gli eventi modificano i frames entro cui agiamo - seppur tutti inscritti nel tema della causalità, sono pochi gli eventi dirompenti -, ma la più parte di essi permette di intravvedere il dinamismo urbano, la trasmutazione degli spazi e dei significati a loro associati, l'evoluzione della (quotidiana) vita urbana.

Il corpo sociale impara ad orientarsi tra nessi e riferimenti mobili: si aggrega e disaggrega attorno a luoghi che (spesso) non localizzano una funzione (com'era solo mezzo secolo fa), ma che manifestano un qualcosa che è lì in un dato momento e non lo sarà più in un altro; la vita collettiva, insomma, è plasmata da - e contribuisce a figurare - una realtà urbana fatta di eventi. Si pensi all'approdo in città dei temporary shop - chiamati anche “negozi a tempo” o “pop-up store”; il primo a Milano risale al 2009 -, oppure alla moda (molto meneghina) dei “food truck” - veicoli speciali per il cibo di strada -, si rammenti il proliferare (e la relativa graduale estinzione) dei “compro oro”, dei centri di rivendita di sigarette elettroniche o di cialde del caffè, dei “nails shops”, dei centro massaggi e così via: tutti esercizi destinati a “sostare” in un luogo per un dato periodo, fintanto che una attività più fruttifera non ne prenderà il posto per qualche altro tempo. È come se accanto ai non-lieu teorizzati da Marc Augé, agli spazi di tipo marshalliano, agli edifici “forti” pensati per resistere al tempo e alle generazioni, ci siano ora anche luoghi di natura evenemenziale. Luoghi sì, ma anche situazioni, spazi virtuali, discorsi, realtà aumentate.

Nel racconto dei nostri intervistati - sia per chi è ancora sui banchi dell'università sia per chi è già immesso nel circuito professionale, nel nostro caso, del terziario creativo - l'evento è espressione e segno distintivo - nel confronto con le altre città d'Italia che ciascuno intervistato ha avuto modo di abitare - del territorio di Milano. Il modo in cui ne fanno “esperienza” è in prima battuta la performance artistica.

«... Piano City è bellissimo, hai accesso alla musica colta, cioè la musica colta scende per strada e quindi hai direttamente accesso a contenuti alti, percepisci sul momento solo l'immediata bellezza estetica e magari ti può spingere ad approfondire certe cose, è un po' quello che dicevo prima sulla vivacità culturale, Milano è anche questo» (Jacopo). «... Quando c’è stato al parco un anno e mezzo fa il concerto di Ludovico Einaudi è stata un’esperienza bellissima. È partito quando doveva tramontare il sole, c’era moltissima gente, [...] è stato un imprevisto […]. Non era assolutamente nei miei programmi e Milano me l’ha fatta incrociare...» (Ludovico).

In una performance artistica l'opera è data dall'azione di un individuo o di un gruppo, in un particolare luogo e in un dato lasso temporale. È un evento puro: avviene in un punto della mutevole mappa delle nostre esistenze metropolitane e grazie all'azione congiunta di pubblico e artista produce «modi in cui lo spazio potrebbe essere abitato nelle [...] città» (Arte, architettura e disagio nella cultura moderna, Vidler, 2005) e modi in cui di fatto lo spazio è abitato. Dopodiché, terminata la performance e conclusa l'azione, il luogo così come era andato configurandosi scompare. È una pratica di immaginazione e di desiderio, è un campo di opportunità e di possibilità.

In occasione del Piano City, ad esempio, la rotonda della Besana si trasforma in sala da concerto: tra le colonne del suo porticato si addensa una porzione di cittadinanza che assiste alla performance musicale, esperisce inedite modalità di fruizione dello spazio, condivide, con e senza social, i propri sentimenti, riflessioni ed emozioni. Poi, a concerto concluso, la folla si disperde: la Rotonda della Besana perde la sua funzione di sala da concerto, e ne assume un'altra.

Per alcuni studiosi la città cambia così rapidamente, nella sua configurazione, nei suoi significati, nel racconto pubblico e privato che ne viene dato, da rendere difficile la conservazione di memorie del passato nell'arco di una generazione. Se i luoghi e i loro “dispositivi” continuano a mutare, non si dà il tempo necessario perché una memoria collettiva e identitaria vada conservandosi a lungo: l'esperienza artistica della performance (metafora o modello di questo nostro sistema urbano di eventi?), per quanto possa essere intensa, secondo alcuni è destinata a disperdersi, a farsi flebile reminiscenza personale, memoria remota inghiottita dalle timeline dei social (e però, forse, riattivabile).

In "Infanzia e storia" Giorgio Agamben così sentenzia: «L'uomo moderno torna a casa alla sera sfinito da una farragine di eventi - divertenti o noiosi, insoliti o comuni, atroci o piacevoli - nessuno dei quali è però diventato esperienza. È questa incapacità di tradursi in esperienza che rende oggi insopportabile - come mai in passato - l'esistenza quotidiana, e non una pretesa cattiva qualità o insignificanza della vita contemporanea rispetto al passato (anzi, forse mai come oggi l'esistenza quotidiana è stata tanto ricca di eventi significativi)». E ancora: «l'esperienza ha il suo necessario correlato non nella conoscenza, ma nell'autorità, cioè nella parola e nel racconto, e oggi nessuno sembra più disporre di autorità sufficiente a garantire un'esperienza e, se ne dispone, non è nemmeno sfiorato dall'idea di allegare in un'esperienza il fondamento della propria autorità» (Ibidem). Nell'introduzione all'edizione italiana di Antropologia dell'esperienza di Victor Turner, Stefano De Matteis la mette in questi termini: «lasciamo che sia lo smartphone a fare esperienza per conto nostro e noi ci limitiamo ad accumulare immagini in una memoria spesso remota».

I temi della memoria e dell'esperienza sono qui appena accennati con l'intento di evocarne complessità e centralità nello studio delle nostre città: non ci interessa dare un giudizio - abbiamo appena scalfito la superficie della questione - ma solo indicare una criticità.

***

Le interviste - e le nostre fonti secondarie, i dati e i report sulla città - suggeriscono che ad assumere la “forma” dell'evento nel contesto post-metropolitano (di Milano) non è solo la geografia degli spazi e delle sue funzioni, o l'espressione artistica della performance che oggi domina la scena internazionale, ma è anche e soprattutto il lavoro, che permea (quasi) tutti gli altri “mondi” urbani e che gli intervistati hanno eletto, in piena autonomia discorsiva, a perno del proprio racconto in relazione alla città.

Nel terziario creativo, ambito professionale a cui può ricondursi la più parte dei nostri intervistati sopra i trent'anni, il lavoro ha spesso durata stagionale, o ancor più breve, si attiva attorno a progetti ideati, gestiti o veicolati (anche e spesso) da persone e strutture a centinaia o a migliaia di chilometri da dove ci si trova - si parla di eterarchie internazionali a controllo esterno -, si avvale di gruppi di professionisti che “scompaiono” non appena l'obiettivo progettuale è stato raggiunto per “ricomparire” altrove in nuovi assetti, con differenti contratti e finalità. Il lavoro è organizzato attorno a sedi temporanee, è a comparsa/scomparsa, certo precario, mobile e volatile, potremmo ancora dire puntiforme e performativo: la vita professionale del terziario creativo (non solo, e anzi anche una fetta sempre maggiore del mercato in genere) è in sostanza un susseguirsi di eventi.

A ben vedere persino la performance artistica, l'evento (post-)metropolitano per eccellenza, sottostà a regole e a logiche di profitto, di lavoro e di economia. Ecco, ad esempio, come si presenta una società di rischio internazionale che opera nel settore: «nel contesto italiano, già da diversi anni l’evento culturale (sia esso una mostra temporanea, una manifestazione culturale, l’apertura di un nuovo museo) è considerato prettamente una risorsa da cui poter trarre un beneficio economico, un mezzo per ottenere la riqualificazione dei centri urbani minori, e in definitiva un significativo incentivo alla crescita economica, ovvero un’opportunità per rivitalizzare sovente un contesto economico quale quello italiano, sempre più in crisi e con crescenti segni di un evidente degrado culturale caratterizzato da un sempre maggiore disagio sociale...» (Schult'z Risk Centre). (Ancora: la performance è espressione o modello di questa manifestazione di eventi che regola il mercato del lavoro del terziario creativo?).

Se le opportunità professionali si palesano con modalità evenemenziali, in un contesto globale e locale assieme, dove a competere non sono le città ma le imprese che in esse si situano o che le attraversano (La città, Amin Ash e Thrift Nigel, 2005), i professionisti del settore terziario creativo stanno imparando ad affinare strumenti nuovi, a cavalcare gli eventi, a intercettare i movimenti puntiformi del lavoro e dell'economia: in quali spazi nasceranno i nuovi progetti? Con quali forme? Di quali professionalità si avvarranno? Con quali peculiarità? Con quali risorse? E così via.

Le parole di Ash e Nigel aiutano ancora a far luce sul punto: «le aziende sono diventare reti circolatorie, e ogni tentativo di teorizzare la geografia del potere economico deve fondarsi sulla comprensione di questa condizione ontologica. Flusso e mobilità sono sempre più inseriti nel sistema, con schemi pensati per garantire il rapido trasferimento di persone, beni, denaro e informazioni in tutto il mondo» (Ivi). Ed ecco le parole dei nostri intervistati:

«Non è mio merito, 'io sono più brava di' e così via; è solo essere presente nel posto, cioè essere in un luogo al momento giusto ed esserci, basta. Io ho questo perché mi sono spostata qui […] Milano mi ha dato questo semplicemente perché io vivo qui...» (Alessia). «Sono molto convinto che Milano sia l'unica città vitale in Italia da un punto di vista delle cose che possono succedere non per caso. Cioè, mi spiego: […] a Milano se finisce un lavoro poi ne parte un altro, se fai parte, diciamo di un circuito, che però è grande, non è solo un circuito di amici, e non ci accedi o per fortuna o per ganci, è ragionevolmente semplice accederci se sei qualificato, e questa sensazione qua secondo me è solo esclusivamente milanese, e mi fa ben sperare […]. Penso che sia un posto in cui le cose vengono progettate, c'è un'intersezione di tanti mondi» (Marco). «Ti rendi anche conto che Milano, per me che mi occupo di cultura in ambito accademico e in parte editoriale, più l'hobby del whisky, ha a che fare con un mondo molto vivace, che ti offre moltissimo e che ti chiede di essere molto presente e partecipe» (Jacopo). «Io credo che imparare significhi soprattutto frequentare, nel senso più ampio del termine. Per me l’apprendimento è “stare con una cosa”: è un processo lungo, che non finisce mai, continuativo, duraturo […] Vedendo persone, andando in luoghi specifici, nelle botteghe artigiane che so, ai concerti per chi studia musica […]: tutto questo concorre alla creazione della conoscenza» (Paolo).

Emerge un paradosso: in un contesto post-metropolitano mobile, anche volatile, liquido, innervato da immensi fasci di virtualità, in cui l'economia e il lavoro, l'arte, la forma e l'organizzazione urbana sono altamente evenemenziali è necessario “esserci”, abitare, frequentare e conoscere i luoghi in cui le “cose avvengono”, saper giungere al posto giusto nel momento giusto: «sono più in generale centri dove si socializza […]; in essi si mescolano, in modo innovativo, piacere, voci, ricerca e opportunità d'affari. Se non si è presenti in quei luoghi gli affari non crolleranno, ma potrebbe aumentare l'ansia di una possibile perdita di potenziale. È per questo che gli indicatori soft, come la natura delle attrattive sociali, sono diventati un fattore significativo nelle decisioni di investimento urbano» (Ivi).

Il successo, l'affermazione di sé, le possibilità di riuscire dipendono sempre più dalle capacità di ogni singolo individuo di trovare e di farsi trovare, di indicare, in questa sterminata geografia di eventi di natura diversa, la propria posizione (fisica, professionale, ideale, ...). In questo senso, e in comparazione con le altre città italiane, i nostri intervistati ritengono che Milano sia davvero the place to be, purché ciascuno sia in grado di gestire tutta la complessità di un ambiente altamente selettivo e ancora evenemenziale: «il lavoro si struttura sempre di più come progetto per il quale bisogna essere auto-responsabili ed interiorizzare il rischio imprenditoriale, cambia anche il significato che si attribuisce alla propria attività come incentrata sulla misura del risultato, sulle proprie capacità gestionali, relazionali e, non per ultimo, di self-marketing, ovvero sulla capacità di vendere la propria performance. Di conseguenza cambia anche il modo di posizionarsi nella società e nel processo produttivo: non più da lavoratore dipendente che condivide la sua posizione con tanti altri lavoratori, ma in modo individualizzato come imprenditore competitivo della propria forza lavoro» (Precarietà, lavoro emotivo e creatività nel giornalismo e nell'editoria, Cristina Morini, Kristin Carls, Emiliana Armano, 2014).

Questo modus vivendi che le logiche di lavoro e profitto sembrano imporre (con tutta una serie di nuove questioni inerenti il tema del tempo: dal dibattito sulla riorganizzazione della settimana agli esercizi commerciali 24/24h) può essere foriero di nevrosi, schizofrenie e tristi condizioni sociali. Marco Belpoliti parla di risentimento come del «risultato della continua competizione per l’affermazione di sé, che è uno dei tratti più caratteristici della società attuale. Gli individui mostrano, rispetto al passato, una sempre maggior incapacità a sopportare le massicce dosi di frustrazione necessarie alla riproduzione del sistema sociale». Per molti, moltissimi, non è semplice vivere in questo mutevole mondo urbano: «in definitiva» - continua Belpoliti su Doppiozero parafrasando Stefano Tomelleri -, «il risentimento è la condizione sentimentale di chi per lungo tempo ha desiderato, senza mai realizzare ciò cui aspirava, e sente ora che quanto aveva immaginato non si concretizzerà mai. Per questo il risentimento costituisce una vera e propria intossicazione dell’anima contemporanea».

A questo contesto possono ricondursi la tendenza alla sovraesposizione, la necessità di apparire per (sopra)vivere nel mutamento, la prassi di geolocalizzarsi, l'impulso a indicizzarsi, a darsi sempre presenti e tutta una serie di pratiche che riguardano il proprio posizionamento nello spazio (virtuale e non - sempre che abbia ancora un senso separarne gli ambiti d'azione):

«Una delle cose che mi ha colpito di più quando sono arrivata a Milano è stata che le persone sono molto etichettabili: da come uno si veste, dallo zainetto che indossa capisci che musica ascolta, che film guarda, capisci i gusti, che libri legge, tutta una serie di cose che a me ha colpito moltissimo […] Secondo me non esiste un posto dove la gente è vestita come a Milano, ma in tutta Italia eh, non c'è, non esiste... è proprio una cosa di chi sta a Milano, cioè il gusto nel vestirsi, nei dettagli...» (Giada). «... Conta molto come ti presenti fisicamente, l’immagine a Milano è una delle cose più importanti, cioè a prima vista. È la prima cosa che vedi e da lì decidi se seguire quel gruppo di persone oppure no, se fare amicizia o qualcosa d’altro» (Amedeo).

Certo la moda a Milano ha il suo peso, ma questa esclusiva peculiarità che gli intervistati attribuiscono alla città può anche leggersi come estrema espressione della sua natura evenemenziale: i cittadini si trasformano in performers: punti mobili e riconoscibili (auto etichettati ed etichettati) in un'immensa e imprevedibile mappa puntiforme - i social, ad esempio, e il crescente rumore informativo a cui siamo sottoposti hanno elevato a potenza le possibilità, il desiderio e la necessità di “apparire”. «In questi spazi, l'impatto dell'immaginazione e della fantasia diventa una parte importante nella gestione degli affari, e deve essere utilizzato e trasformato in profitto. Naturalmente, ciò è sempre accaduto (che dire, dopo tutto, di libri e musica?), ma ciò che distingue queste iniziative sono la scala spaziale dell'attività e la sua dipendenza dalla crescita di un corpo di conoscenza sistematica per creare una nuova serie di prodotti di “esperienza” che sono, in effetti, gli spazi stessi e quei prodotti che si possono collegare a essi. Questa, dunque, è la nuova economia dell'esperienza: una serie di geografie viventi e personificate che forniscono una nuova fonte di valore attraverso il loro impulso operativo [Pine e Gilmore 1999; Thrift 2000c]» (La città, Amin e Nigel, 2005).

***

In balia degli eventi o tra le pieghe di essi, il legame con gli altri e il valore delle relazioni e della rete delle conoscenze rinnovano la propria centralità. Abbiamo già accennato alle questioni dell'esperienza e della memoria collettive, al ruolo dell'individualizzazione nelle nostre città, ma c'è anche altro a definire la socialità urbana dei nostri intervistati (con particolare attenzione alla sfera professionale e del lavoro): «i nuovi protagonisti sono l'imprenditore della conoscenza, che adatta know how specialistici a media differenti (per esempio, le capacità di cucinare adattata per i libri, riviste, trasmissioni televisive), il lavoratore della conoscenza, che non ha un lavoro fisso e un impiego permanente [Leadbeater 1999; Sennett 1998], e il soggetto “in rete” che, “coraggioso e pronto a correre rischi”, passa rapidamente da un progetto all'altro nella nuova epoca del lavoro svincolato dalla carriera [Flores e Gray 2000, 21]. Nella nuova economia, fiducia e complementarietà porteranno al successo, visto che “le idee per i nuovi prodotti solitamente scaturiscono da gruppi di persone che mettono insieme capacità diverse” [Leadbeater 1999, trad. it. 2000, 33]» (Ivi).

«Gli unici contatti che io mi sono fatta e i rapporti che mi sono costruita son quelli su cui io ho investito in questi cinque anni. Non avevo una rete quando sono arrivata a Milano, me la sono un po' costruita, e quella rete lì è fatta soprattutto da persone che ho conosciuto a lavoro, […] persone molto simili, tra loro e a me: abbiamo stessi interessi, magari visioni diverse, ma interessi simili...» (Giada). «...le tante realtà di locali dove si può andare anche a lavorare, tipo “Upcycle”, “Sarpi8”... Mi viene in mente, tutta una serie di spazi di coworking, tipo “the hub” in Paolo Sarpi... puoi restare a lavorare, organizzano delle iniziative, c'è uno spazio di coworking... quindi vedo queste cose e mi pare che c'è tanto, non sono velleitarie oppure snob, mi pare abbiano un impatto...» (Marco).

La forza attrattiva di Milano (su questo c'è unanimità di vedute tra i nostri intervistati) risiede proprio nella sua capacità di connettere, di rendere navigabile, con formazioni via via sempre diverse, l'ondulata superficie degli eventi: «con il declino della famiglia nucleare e delle ideologie dominanti, l'amicizia è diventata un aspetto sempre più importante della struttura sociale urbana, nella quale molti piaceri derivano semplicemente dal mettersi in relazione con gli altri, in parte a seguito dell'enfasi crescente sulle relazioni come valore in se stesso [Giddens 1991; Pahl 2000]». (Ivi).

«A Milano ci sono molte opportunità per i giovani, per divertirsi e stare in compagnia, perché alla fine è è stare in compagnia la cosa importante» (Vika). « ...Per me Milano è stata una grande scuola perché mi ha permesso di fare degli incontri che mi hanno dato veramente tanto, a cui io sono grata, so che sono cresciuta, so che ogni volta imparo delle cose quando vedo queste persone, quindi è uno scambio, poi questa cosa che tutti vengono da posti diversi è molto arricchente […] Come me, miei coetanei che lavorano nel mio settore ce n'è il settanta per cento, quindi c'è questa cosa comunque di avere bisogno l'una dell'altro, perché si è da soli in questa città e si creano delle relazioni, si esce assieme» (Giada). «Sono venuta da sola e dopo tutti questi anni che sono qua non penso di avere, non ho delle amicizie, sono grandi rapporti di lavoro ma basati sul fatto che ci si dà da fare, e quando ci si dà da fare in un gruppo, in un team, c'è il rispetto l'uno dell'altro: io rispetto il lavoro che hai fatto ma non c'è un'amicizia» (Alessia). « ...Io per esempio a Milano ho imparato a parlare l’arabo perché ci sono tanti arabi e quindi più che in altri posti ho potuto frequentare persone e luoghi dove sperimentare l’arabo, cosa che per esempio a Perugia facevo molto meno, c’erano meno incontri, meno posti... Secondo me le particolarità di Milano sono da un lato la dimensione e dall’altro che le cose, almeno in alcuni luoghi, si mischiano, e così hai l’opportunità di vedere mondi diversi» (Paolo).
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Anche la percezione di ciò che è bello si sposta sul piano delle relazioni: ed è ancora l'arte a suggerire un percorso... [Continua a leggere l'articolo di Giancarlo Briguglia su Inchiesta 194/2016 Edizione Dedalo]

giovedì 27 ottobre 2016

Corpo di mille balene!


“Silvia non muoverti”. “Cosa c'è?”. “È tutta la notte che ti muovi, quietati”. “Non mi sono mossa, stavi sognando”. Ho lasciato correre, inutile fare polemica di primo mattino: mi sono girato sul fianco destro, lei sul sinistro, ancora ad occhi chiusi, nel pigro tentativo di riprendere sonno. E come spesso accade a pochi minuti dalla prima sveglia, addormentarsi significò sprofondare in un mondo di sogni e lievità.

Ero sdraiato su una zattera di piccoli tronchi, con le braccia penzoloni a contemplare le arcate di verzura che adombravano il fiume. Era il Lambro, ma assomigliava più al Mississipi di Huckleberry Finn, al Gange di Tremal Naik, al Congo di Kurtz. Andavo in cerca di terre sconosciute e di libertà romanzate; inseguivo lucci, libellule e ragni volanti.

Fu una curva del fiume a rovinare tutto: l'acqua si fece a flutti e il cielo cupo, d'improvviso. Pagaiavo tra i marosi, ma il remo non resse! e giù a mani nude, schiaffate nell'acqua grossa come pale: ciaf, splash, ciaffete. Ero allo stremo, la zattera stava colando a picco e prima che potessi lasciarci le penne mi svegliai.

Ma corpo di mille balene! Il materasso era zuppo d'acqua, mulinava indomabile in mille guise e tutto attorno era una ridda di mobili, abiti e cianfrusaglie. Silvia era già sveglia, incredula, ben salda alla testata del letto: “Hai chiuso il rubinetto verso destraaa?”. “Cosaaaa?”. “Il rubinettooo?!”. “Urla più forteee?”. “L'hai chiuso verso destraaaa?”. “NOOO!”. “Ti avevo detto di ripararlooo”.

Un guasto di routine era oramai un'irriducibile tempesta: un gorgo mostruoso e potente che inghiottiva ogni cosa di casa: i quadri, le abat-jour, i comodini, le sedie, tutto! E non c'era modo di venirne a capo. Il letto andò a squassarsi contro la porta della camera e di due piazze ne rimasero mezza, su cui io e Silvia ci stringevamo. Un naufragio tra pesci-calzini, libri-marini e scialuppe-appendini: un putiferio di vento, cavalloni d'acqua e relitti di design.

Afferrai la corda di una tapparella e cercai di issarmi come si fa sugli alberi di barca, ma la tenda volava come randa impazzita. Quella casa non era il Pequod del comandante Achab, non il veliero di Gordon Pym, ma poco ci mancava; lo sciabordio era assordante, il becchéggio senza sosta e noi sfiniti. La fune si spezzò, il cassone della persiana rovinò nel pelago-salotto alzando onde alte oltre due metri in una stanza di quattro a dir tanto. Il turbine ci prese senza scampo e tre volte il fé girar con tutte l'acque; / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù, com'altrui piacque, / infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.

Sentii l'acqua dolce e calcarea entrare nei polmoni, Silvia fluttuava sottosopra attorcigliata a cravatte e foulard di vecchi cassetti riversati in mare. Pensavo di morire, pensavo fosse morta; quand'ecco la porta di ingresso! Radunai tutte le forze e spinsi di gambe: cedette il legno marcio di quel varco tarlato di una palazzina anni Sessanta, e surfammo per la rampa di scale fino al cortile.

Ci prese, naufraghi ed esausti, il portinaio: “Va che non è niente, ora chiamo l'idraulico”.

Una storia striminzita

Ieri era uno di quei giorni in cui solo il cinema pomeridiano avrebbe potuto salvarci da una dilagante apatia. Così abbiamo pensato che il Milano Film Festival potesse fare al caso nostro.

Quando non gira non sono granché: parlo poco, scanso, mi faccio da parte, quasi scompaio; uscire di casa è già una piccola rivoluzione. Il cinema è il luogo giusto per riabituarsi alle parole, alla gente; e in questa stagione che stringe le giornate, entrare in una sala cinematografica il tardo pomeriggio col sole che picchia significa uscirne che è quasi sera, con quella luce quieta che pare di aver passato tutte le peggiori tempeste di una vita nello spazio di un film.

Abbiamo preso il treno per Milano a Monza Sobborghi, d'un soffio, Silvia mi ha pure redarguito perché non correvo abbastanza, ma a me davvero sembrava di correre forte. Da Centrale poi solito tran tran: due passi verso via Settembrini, che mi pareva non finissero più - e Silvia a dirmi di far veloce -, e poi l'Uno, per farci infine un pezzo a piedi che comunque eravamo in anticipo.

Sul tram mi reggo a una maniglia del corrimano e Silvia si tiene al mio braccio. “Come sei piccolo!”. “Ma veramente quella piccola sei tu”. “Sì certo, di solito; ma oggi sei proprio piccolo”. “Sarà che ho tagliato i capelli e ho sistemato la barba”. “No Giancarlo, dico davvero, guardati nel riflesso, sei più piccolo”. Mi sono cercato nel finestrino, ma la schiena di un omone e il generoso petto di un'anziana signora ostacolavano il mio intento. In punta di piedi arrivavo appena all'ombelico di quell'energumeno e allora ho provato a specchiarmi sul lato opposto torcendo tutto il busto, ma c'era un bambino di su e giù cinque anni, un mocciosetto biondo che si dimenava con una cartella enorme in spalla, e non riuscivo proprio a sormontarne la nuca. Silvia badava a me come si fa con le cose preziose che rischiano di rompersi da un momento all'altro: mi ha preso per la manina prima che un orribile chihuahua mi mangiasse in un sol boccone.

Quando il tram è arrivato a Cordusio Silvia mi ha messo nel taschino della sua camicetta e siamo scesi. Si stava di un bene lì dentro, le parlavo ma non sentiva la voce, avevo una frequenza troppo bassa. Poi all'ingresso del cinema mi sono rannicchiato per benino, così alla cassa non mi hanno nemmeno visto e abbiamo pagato un solo biglietto per due.

Bel film, il mio umore è cresciuto, e Silvia dice che sono addirittura più alto di prima.

giovedì 1 settembre 2016

Morte a Kardamíli

Illustrazione di Silvia Marinelli 

Ore 10.30
"Rooms!". "Dove?". "Là, dietro l'insegna dei souvlaki". "Vai, fiondati, io aspetto più avanti, dove c'è lo slargo". È dalle nove che battiamo la costa in cerca di una stanza. Full, full, full. Tutto esaurito.
"C'è posto". "Oh vivaddio, quanto chiedono?". "Trentacinque a notte per tre notti". "Ottimo". "Hai già visto la camera?". "Sì ma...". "Che c'è?". "Non so, i proprietari hanno qualcosa di brutale nello sguardo". "In che senso?". "Sono padre e figlio, hanno quel negozietto di souvenir, c'è odore di zolfo misto a muffa, e gli scintillano gli occhi di una luce incestuosa; le stanze sono dietro, nascoste, tra gli ulivi, mi sono spaventata, non c'era nessuno, ho avuto paura". "Su rilassati, hai letto anche tu la guida, siamo nella zona più selvaggia del Peloponneso, è normale che la gente sia un po' ruvida, terra terra, non farti impressionare. Se vuoi cerchiamo ancora, la strada finisce poco più avanti, dopo quella chiesetta di pietra, ma se non troviamo nel paese torniamo da loro". "Ok, ma non troveremo altro, hanno detto che qui ci sono solo le loro stanze".

Ore 11.20
Sul provinciale poche case, il paese è davvero piccolo, tutto schiacciato tra i campi che inerpicano sui monti e l'Egeo. Sembra non ci siano turisti, eppure il mare è bello, trasparente, piatto. Spiaggia di sassi e scogli. Ci sono bastate due boccate d'aria sul bagnasciuga per sciogliere la stanchezza.

Ore 11.30
Risalendo dal mare incrociamo un cocomeraio, ci fissa e null'altro. C'è un'anguria aperta a metà sul banco, è putrida e ai semi si confondono le mosche. Sul provinciale un contadino guida un trattore e sul carro a traino ciondolano, tra covoni di paglia, tre uomini con berretto. "Hanno tutti gli stessi occhi duri e impietosi". "Quello sembra il mostro di Avetrana". "Giancarlo piantala, mi fa paura qui". "Ma dai che scherzo, è così bello e isolato, tutto per noi, c'è pure una taverna con giardino, guarda lì, siamo nel posto giusto per riposare; torniamo dai tizi a bloccare la stanza, vengo anch'io questa volta".

Ore 11.40
"Kalimera". "Kalimera". "Siamo tornati per la stanza, anziché tre notti vorremmo passarne due". Silvia ha ragione, hanno qualcosa di bestiale, di collerico, sembrano quei satanassi grigi che adornano le pareti di alcuni monasteri ortodossi. Il padre è seduto su uno scranno di vimini e tutto attorno sono anfore di terracotta, a decine. Non ci degna di sguardo, parla solo col figlio, che accondiscende alle sue decisioni: "Se state tre notti vi facciamo lo sconto".
Accettiamo, e ci pare un bel colpo di fortuna, la costa dopotutto è sold out, c'è il ponte di Ferragosto. 
Christos, così si chiama il figlio, prende le chiavi della stanza e ci fa segno di seguirlo. È una stanza ampia, spartana ma non manca di nulla; è tra gli ulivi, isolatissima, dietro un capanno che si raggiunge costeggiando un muretto di pietra coi cocci di vetro in cima. Ci sono ferri vecchi, travi di legno, mattoni, tanti vasi e piante strane, alcune mai viste, e poi un gran cicalare.

Ore 12
Christos bussa alla porta, ci chiede se abbiamo l'auto e insiste perché la portiamo davanti alla nostra stanza. È chiaro l'avesse già vista, i paesani hanno mille occhi, diecimila fessure da cui scrutare. C'è uno spiazzo e una stradina sterrata che porta al provinciale. Io lascerei l'auto dov'è, perché il parcheggio non è poi lontano ed è pure all'ombra. Ma Christos, che avrà cinquant'anni e sembra un toro, piccolo ma tarchiato, con gli occhi saldi sui miei occhi insiste; e allora vado a prenderla e lui aspetta lì di fronte alla nostra camera, vuole vederla. Tre gattini randagi maculati miagolano ai suoi piedi. Poi ci chiede un documento per le pratiche di alloggio.

Ore 12.10
"Silvia ti prende il wifi?". "No, per nulla". "Che strano, non c'è proprio segnale".

Ore 12.30
Decidiamo di andare al mare, siamo qui per questo, ma prima passiamo dal negozio di souvenir per la carta d'identità. 
Non dico niente a Silvia ma sento montare una calda inquietudine, è tutto troppo isolato qui, e Christos ha modi bruschi, al limite dell'arroganza. Ci chiede se è la prima volta che passiamo da queste parti, suona come una minaccia. Silvia gli dice che sì. Le dico di non rivelare altro, che meno sa di noi e meglio è.

Ore 14
Il mare è tiepido e parecchio salato. Dopo il bagno, una discreta nuotata dove ancora si tocca, sento addosso un vigore inaspettato, una forza viva nelle braccia, e anche Silvia dice di sentirsi potente, usa proprio questa espressione. Potente. 
C'è come un fumo che sale dal mare, e ristagna a pochi centimetri dal pelo dell'acqua. Prima non ci avevamo fatto caso.

Ore 15
Ci viene una gran fame e andiamo alla taverna, la sola taverna del paese. Siamo ancora incredibilmente soli. Mangiamo stufato di agnello, chiediamo anche il bis, mai avuto un simile appetito. Paghiamo, costa tutto meno che altrove. L'oste ci tiene a presentarsi, sorride ma non ha alcuni denti, fa ribrezzo e non si capisce bene quel che vuole dire, ma afferriamo essere il cugino dei nostri ospiti. Mi stringe la mano, è ruvida e nera sotto le unghie, stringe forte ma io stringo di più, tanto che gli scappa un'esclamazione di dolore.

Ore 15.30
Rientriamo per rinfrescarci. Mentre Silvia è in bagno mi siedo sull'uscio, leggo il quinto numero di UT, un nuovo romanzo a fumetti della Bonelli.
Guardo l'ora, alzo gli occhi, Christos è lì, fermo a qualche metro. Mi fissa. Non dice niente, sta impugnando una carriola. Non lascio il suo sguardo e lui abbandona la presa. Poi entra nella stanza accanto alla nostra, abita lì. Sento dei miagolii spaventosi. Entro in camera e controllo non ci siano buchi sulla parete comunicante. Mi pare non ci sia nulla.

Ore 16 
Quando vado in bagno io, Silvia esplora i dintorni. Mi riferisce che c'è un tavolo di ferro arrugginito, pieno di attrezzi: seghe, cacciaviti, morse. "Sembra un set dell'orrore" mi dice. C'è anche un buco, una specie di fossa fresca di scavo. Abbiamo entrambi paura ma ci diciamo pronti a tutto.

Ore 18.30
Siamo stati ancora al mare, nessuno, se non alcuni sub che hanno ancorato un veliero a largo. L'acqua sembra miracolosa, quando ne usciamo si rinsalda la sensazione di forza e di vigore. Gli occhi di Silvia scintillano. Io ho sempre in mente Christos, lo dico a Silvia che confessa di provare lo stesso, come se la sua testa fosse impossessata dall'immagine del nostro ospite. Ripensiamo ai fatti del giorno per fare ordine, per scacciare le fantasie con la logica: l'auto nascosta dal provinciale, l'assenza di segnale, il paese che è una sola famiglia, l'insistenza a trattenerci da loro, quegli sguardi famelici di Christos e del cugino e di tutti questi fattori, la buca, il tavolo degli attrezzi. 
La paura ci cova dentro assieme a una mai provata sensazione di potenza.

Ore 19
L'acqua della doccia è fredda, ci laviamo veloci e dalle nostre spalle sale quello stesso fumo che soffia dal mare.

Ore 20
Siamo di nuovo alla taverna. C'è Christos con tutta la famiglia a cenare, ma non ci sono donne. Guardano tutti Silvia, io è come se non ci fossi. Hanno un maledetto sguardo caprino, e a un certo punto ridono di noi. Ne sono certo. Usciamo e Silvia piange per la paura, cerco di rassicurarla, che siamo forti, più forti di loro, che tutta quella energia presa dal mare è a nostra protezione.

Ore 21 
Siamo in stanza, non c'è più luce, in paese non vogliamo andare. Dalle tapparelle a soffietto spiamo l'oscurità e ci sono come degli occhi gialli che scintillano nel buio. "Silvia quello è Christos ". "Sì, è lui, e guarda! quegli altri occhi laggiù, oddio sono loro".

Ore 22 
Christos sta armeggiando fuori dalla stanza, dove c'è il tavolo, è vicino, troppo. Sembra solo, anche se nella macchia continuano ad esserci scintillii, tipo lucciole ma credo siano occhi. Sta armeggiando con un coltello. Dico a Silvia di passarmi l'ombrellone, mi sembra leggerissimo. "Tu apri la porta, rapida".

Ore 23.
Ho colpito Christos talmente forte che ci è rimasto sul colpo. Sul tavolo due tazze, una brocca, il cestino col burro e le marmellate confezionate. In mano impugna ancora il coltello avvolto in un fazzoletto di carta. Nessuno ha sentito nulla. Solleviamo il corpo con un'agilità impressionante e lo buttiamo nella buca che Silvia aveva adocchiato prima. Lo ricopriamo di terra. "Guarda, ci sono dei limoni pronti per la piantumazione". "Aiutami a interrarli".

Ore 24.
"Domani sveglia presto". "Sì, mi piace il mare del primo mattino".

lunedì 23 maggio 2016

domenica 22 maggio 2016

non-lieu

Tra i non luoghi di Marc Augé - supermercati, aeroporti, autogrill e stazioni, ... - è ora di annoverare anche i format tv. La surmodernità è in onda!