lunedì 23 maggio 2016

domenica 22 maggio 2016

non-lieu

Tra i non luoghi di Marc Augé - supermercati, aeroporti, autogrill e stazioni, ... - è ora di annoverare anche i format tv. La surmodernità è in onda!

martedì 3 maggio 2016

Sentire, ascoltare /144

«...Però il freddo non deve essere stato insopportabile, perché altrimenti la gente del Medioevo avrebbe indossato camicie da notte invece di andare a letto nuda come ce la fanno vedere numerose illustrazioni. L'intimità a letto apparve anzitutto in Italia, fra le classi elevate; ma il desiderio di essa andò sviluppandosi lentamente; ancora nel Seicento, spesso le serve dormivano su brande ai piedi del letto del padrone e della padrona. Finché non fu inventato il letto a cortine, i rapporti sessuali devono essersi svolti soprattutto sotto le coperte e, sia che il letto fosse fornito o no di tende, nell'oscurità. ...la passione erotica esercitava più attrattive nel giardino o nel bosco, nonostante le stoppie, i gambi pungenti o gli insetti, che non in casa, sopra un letto dove il materasso di paglia o di piuma aveva sempre un certo odore stantio di umidità e di muffa. Per gli amanti, nella casa medievale, i mesi invernali devono essere stati una ampia coperta umida. Una interminabile successione di gravidanze punteggiava la vita coniugale di tutte le donne che non fossero sterili, e portava molte di esse ad una tomba prematura. Non c'è da meravigliarsi che la verginità fosse considerato uno stato ideale».
“La cultura delle città” di Lewis Mumford, Edizioni di Comunità, Torino, 1999

mercoledì 23 marzo 2016

Limes

Qual è il confine del quartiere? 
È il colore del sacchetto della spesa del supermercato più vicino alla propria abitazione.

Nel mio quartiere gli abitanti hanno sacchetti gialli per buttare la pattumiera, per coprire il sellino della bici quando piove, per portare il vino a casa di un amico, per il pranzo a sacco, per andare al parco col pallone. 

A ovest c'è il quartiere con le buste blu, a est c'è il quartiere con le buste verdi. Il sabato, però, è giorno di mercato: niente confini, buste bianche in tutta la città.

lunedì 29 febbraio 2016

Ménilmontant

Ménilmontant, mais oui madame. 
È lì che Charles Trenet ha lasciato il cuore.
Mais oui madame, Ménilmontant che strano nome.
Sarebbe 'la maison au mauvais temps',
- Maisnil, Mesnil, Mésnil-Monteps;
mais oui madame, il nome è poi cambiato 
per via della pendenza: Mésnil Montant.
(Sì, come Yves Montand!
¨Monta Ivo, monta!¨).

Chi suona e chi canta,
chi un motivo, chi un brano. 
Mais oui madame, a Paris, 
a due passi da Belleville.
C'è Maurice Chevalier, lo chansonnier,
c'è Edith Piaf, la chanteuse,
c'è 'Boom' e 'La vie en rose'.
Ménilmontant, mais oui madame,
È lì che Charles Trenet ha lasciato il cuore*



* Un omaggio a 'Ménilmontant' e alla sua musicale toponimia, in occasione dell'uscita dell'omonimo videoclip dei Jazz Lag.

lunedì 11 gennaio 2016

L'alveare di Ranakpur

Il nostro bus-rottame-di-linea planava sui distretti del Rajasthan. Il Grande Deserto Indiano spandeva in granuli di sabbia fin sulla strada, l'aria fenduta rifulgeva d'arenaria e la città dorata, Jaisalmer, sbiadiva nel polverio del retrovisore. Il nostro bus-rottame-di-linea era come un uccello di lamiera. O come una voliera, e tra le sue ferrose piume aleggiava una coppia di pennuti simili a pettirosso: il corrimano per lisciare le penne, la spalliera per riposare, il portellino per lanciarsi in volo. 

La terra ha in serbo meraviglie che solo il viaggio può rinvenire. Le tonalità d'ocra volgevano al rossiccio, le piante irrobustivano, il terreno rassodava; era un graduale diradarsi del deserto nella campagna. Non più acacie e arbusti spinosi ma campi messi a frutto. La verzura era in macchie ora più estese ora più verdi, e le piante, al correr dello spazio, mutavano di foggia, di chioma, di ceppo. I pennuti lasciarono la corriera per le colture, e con loro s'involarono due canuti contadini, secchi secchi e neri di sole, con grandi baffi e sbuffi di pelo dalle orecchie, turbanti rossi e scintillanti pendenti. 

Il nostro bus-rottame-di-linea crocidava e strombazzava di gran carriera. Nell'ampio abitacolo prese posto un drappello di soldati: giovani in congedo, freschi di taglio, con scarpe e bastone lucidi; la divisa color cachi era, alle pendici del forte Mehrangarh, la sola eco cromatica delle dune di Thar. La campagna di sorgo e di miglio germinava a perdita d'occhio: le donne trasportavano grossi covoni sul cercine in capo e gli uomini trascinavano le canne per l'irrigazione. Le case erano di fango e bambù: pagnottelle di letame di mucca essiccavano sui tetti per i fuochi della cucina, misere mobilia erano disposte nell'atrio e tutto stava al limitare della strada statale. 

C'erano ruote di pavone e bargigli di gallo, barbe di capra e corna di bufalo. Un ciuco con due zampe legate cercava di divincolarsi, ed era una corsa tremenda e indomabile. Il bus prese a salire. Gli alberi infoltivano, il sottobosco inerpicava su tonde colline che, per nome e per guisa (i monti Aravalli eran di lì a poco), ricordavano i colli della Marmilla sarda, o i seni torniti delle fanciulle scolpite sui templi induisti. Qui, in una valle appartata ai piedi delle alture, sorse Ranakpur, un complesso templare Jain del quindicesimo secolo, e qui, nel suo piccolo contado di alloggi stile coloniale, passammo la notte. 


Chaumukha è un massiccio santuario di marmo e intaglio. Conta decine di cupole a picco di montagna, le shikhara, e quasi millecinquecento colonne miniate, in altrettanti modi, con figure umane e divine, disegni geometrici e ricami floreali. Il tempio s'eleva su tre livelli, fregiati con cicli di antiche storie gianiste, e poggia su una pianta cruciforme, le cui traverse s'incontrano in corrispondenza di una cupola a fior di loto e conducono a quattro sontuosi ingressi, allineati ai punti cardinali. Chaumukha significa “dalle quattro aperture” e ciascuno di noi quattro amici ne varcò una distinta.

A Matteo toccò in sorte il temibile cobra dai mille cappucci, Alessandro incocciò nel muso di un elefante massello, che attorcigliava la proboscide ad una Kalasha; Andrea incontrò la folta schiera dei cavalli di Ganesha, ed io vidi l'alveare a mezza luna. Non era un intaglio di marmo, ma un immenso nido d'api di colore scuro e brillante, come una caramella al rabarbaro; pendeva dal parapetto merlato, tra il primo e il secondo piano del santuario, ed era così affine ai motivi del tempio da sembrare un elemento architettonico, un architrave zoologico. 

La superficie dell'alveare s'increspava al battito d'ali delle api, e improvvise eruzioni freatiche smuovevano la crosta del nido, rinnovando così la formazione degli imenotteri. Era una diavoleria ipnotica, un'entità della natura confusa ai principi geometrici dell'uomo. Chaumukha era un bugno per uomini e un tempio per api: e così forse è l'India intera, terra di bestie, uomini e divinità per metà uomini e per metà bestie.

Leggi qui l'episodio precedente.

martedì 22 dicembre 2015

Hanuman

Era una mattina di smog e polverio. Il sole effondeva un pallido bagliore, di quelli che placano il tempo e piegano gli animi alla malinconia. La vera luce erano le mercanzie, la vita attorno al commercio, il bazar della Old Delhi. Rigattieri, orefici, robivecchi, ambulanti e cucinieri. Gli odori spargevano in strada e l'andirivieni ne incanalava gli effluvi, così da menar ad ogni naso un distinto olezzo. Era un incessante vociare, la calca premeva palmo a palmo, e ovunque cadesse lo sguardo mulinava un gran parapiglia. Pareva Blade Runner o il bar intergalattico di Guerre Stellari o una messinscena Steampunk.

Tiranti, cavi e smunte insegne rampicavano sino ai piani alti degli edifici, per incurvarsi sulla giungla urbana come cupe volte di verzura. Innanzi a un tempio induista un uomo dall'esile corporatura era chino sulla vasca delle abluzioni dei piedi e ne beveva l'acqua; una coppia di Sikh in eleganti abito e turbante fendeva la folla impugnando lunghe lance a punta di losanga; poco oltre un'anziana in sari giallo precedeva di pochi passi una donna musulmana in burqa; un mendicante senza gambe mi toccava il ginocchio perché lasciassi cadere qualche rupia sul palmo della mano aperta.

Poco più avanti un vetturino a riposo giocava sullo smartphone, mentre i colleghi facevano crocchio per rubarsi il cliente; una pietra argentata che affiorava di poco dal terreno era attorniata da donne in preghiera; un pover'uomo, il cui giaciglio della notte era il posto di lavoro, spremeva canne da zucchero con un macchinario a pedale per filtrane il succo bianco; molti sputavano rosso, insozzando le strade in modo rivoltante: masticavano betel, una foglia come d'edera, dal gusto amarognolo, che si mischia a noce d'areca e a calce, e che aumenta la salivazione tanto da impedirgli d'aprir bocca.

Un nugolo di bambini, neri di sporcizia, chiedeva un casco di banane a un venditore che povero diavolo li scansava; sparute mucche ruminavano scatole di cartone e una piccola muta di cani latrava come lupi; più in là un barbiere tra le mosche, e in terra, su un panno sporco, gli attrezzi del mestiere di un dentista a cui mai avrei affidato le mie carie; dirimpetto un aguzzino bucava l'asfalto per infilare due alti pali, estremità di una corda su cui una bambina avrebbe danzato in equilibrio; e chi irrorava d'olio un pentolone nero, chi sgranava il carbone per attizzare il Tandoori, chi impastava Chapati o Samosa o dolci di capra. Era una quotidianità stonata, un coacervo di epoche, costumi e tecnologie.

Divinità Hindu

Sul portale ligneo di un altare votivo incontrai per la prima volta la potente rappresentazione di Hanuman, divinità Hindu. Metà uomo, metà scimmia. Non è un dio idealizzato come il nostro, è quel che appare, una grandezza a cui non riuscivo a dar misura. La religione permea il corpo sociale, stringe a sé il creato, connota l'agire indiano e in quel bazar di Old Delhi ebbi l'impressione che la piena comprensione delle cose mi fosse preclusa.

Il pomeriggio andammo in visita al mausoleo di Hazrat Nizamuddin Auliya, santo sufi caro ai musulmani della capitale. Appena oltre una modesta soglia ad arco ogivale principiava un dedalo di corridoi in marmo bianco che attraversammo scalzi. Ad ogni snodo erano storpi e mendicanti; chiedevano l'elemosina, desinavano, dormivano sulla dura e liscia pietra. Il santuario era al centro di questo meandro medioevale: le donne cantavano in adorazione, fuori dalla Dargah, sedute all'ombra di un maestoso giro di arcate miniate d'oro, e gli uomini, dai bianchi copricapi - chi turbante, chi shashia, chi bandana -, pregavano attorno alla tomba. C'erano fiori, pigmenti e cordoncini votivi di cotone rosso. Eravamo sopraffatti; mai realtà più lontana, era uno di quei luoghi che la letteratura definirebbe “ucronia”: di una coerenza ipotetica, simulata e non realistica.

La religione esprimeva ancora quel per cui io non avevo parole e Delhi mi sembrava uno strano innesto di mondi passati ed eterni, le cui lacere suture architettoniche correvano lungo le principali arterie urbane. Sulla Copernicus Marg, imboccata poco prima alla volta di Nizamuddin, il prospetto stingeva di ricordi coloniali, di esotiche venture britanniche. Matteo, uno dei quattro della compagnia, prese a fischiettare la marcia dei granatieri inglesi. Era Barry Lyndon, era il controcanto di questa nostra avventura a lume indiano.

Leggi qui l'episodio precedente e qui il successivo.